Mondadori
Milano
1993
Quasi un secolo di storia italiana, dal disastro coloniale di Dogali, nel 1887, al terrorismo degli anni di piombo: è questo l’arco di tempo in cui si snoda la vita di Lino Lodi, il protagonista di questo romanzo, estroso e poetico, di Raffaele Crovi. La terra di monti e colline, di campi e boschi in cui Lino affonda saldamente le proprie radici è quello spicchio d’Appennino, in provincia di Reggio Emilia, che scende dall’eremo di Bismantova al fiume Enza, in cui si sono incrociati nei secoli i cavalieri di Matilde di Canossa, mercanti, barocciai, contadini, artigiani, tutti uomini animati da un forte sentimento della vita, dalla voglia di conoscere e di cambiare. Figlio un mezzadro, Lino è via via garzone in Lunigiana, boscaiolo, mediatore di bestiame, infermiere durante la Grande Guerra, maestro elementare, partigiano, poi deputato, ma sempre con il gusto della concretezza e la passione per la fantasia. Ruotano intorno a lui, in intrecci di drammi privati e pubblici, donne di grande temperamento o di sotterranee nevrosi, figli perduti e ritrovati, ma anche personaggi pubblici, come quel giovane Mussolini, agitatore socialista, incontrato a Reggio, che Lino ritroverà a Roma al culmine del suo potere, tronfio e sicuro di sé. È dunque una storia collettiva quella che si rifrange nel prisma di un piccolo paese dell’Appennino, in un’epica domestica e quotidiana, scandita dai riti della semina e della trebbiatura, dai giochi e dalle musiche, da odori e sapori antichi, ma anche segnata dai cambiamenti di costume e dalle metamorfosi ecologiche, che alternano i comportamenti sociali e il corso delle stagioni, e sembrano cancellare il linguaggio concreto che garantiva il dialogo tra le generazioni. Ben oltre l’idillio o la nostalgia, il romanzo di Crovi ripercorre una vicenda corale radicata nel passato per leggere le tensioni, le violenze, le speranze dei nostri anni.